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Recensione "Morì un uomo, quella notte"

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Pumla Gobodo Madikizela, Morì un uomo, quella notte. L'umanità dopo l'Apartheid. Prefazione di Nelson Mandela. Edizione italiana a cura di Angiola Iapoce, traduzione di Serena Piersanti, introduzione all’edizione italiana di Irene Agnello, Fattore Umano Edizioni, Roma 2013, pp. 245, € 18,00

Qual è il canale di comunicazione tra lo “spazio privato del Sé” e la sua condivisione in uno spazio pubblico e collettivamente condiviso? Esiste la possibilità di creare un flusso di continuità tra i traumi vissuti sul piano personale e il loro riconoscimento pubblico? E i traumi collettivi hanno la possibilità di uscir fuori dalla spirale vittima/violenza e se sì, attraverso quali strade?

Queste sono solo alcune delle domande che percorrono sotterraneamente questo libro, un libro profondamente sudafricano, come recita la prefazione di Nelson Mandela, impregnato di storia sudafricana e in particolare di quel periodo di transizione tra l’apartheid e il nuovo Sudafrica, un periodo che ha visto l’attivazione del Truth and Riconciliation Commettee (TRC), quei dispositivi creati per trovare soluzioni alternative alla “giustizia” esclusivamente “punitiva” dei colpevoli (una fetta consistente di popolazione) e alla “vendetta” da parte delle vittime. Si trattava non di condannare ma di riconciliare, riconciliare un paese che usciva diviso da decenni di atrocità e di odio razziale, nella “verità” dei fatti, nella ricostruzione condivisa da vittime e carnefici, in un processo contemporaneamente di riconoscimento e di trascendimento.
È un libro questo che addita la strada del superamento della vendetta per ristabilire l’equilibrio a seguito di orrori collettivi che hanno visto su due fronti opposti la popolazione civile sudafricana: bianchi da una parte, con in mano il potere, neri dall’altra, privati di ogni diritto.
L’autrice, psicologa nera, va a trovare nel Central Prison di Pretoria, Eugene de Kock, il Comandante bianco della polizia segreta che durante il regime, aveva dato vita con le sue truppe speciali, a innumerevoli incursioni e ripetuti efferati assassini che gli avevano procurato l’appellativo di Prime Evil. De Kock, oramai in carcere, accetta di incontrare Pumla che era “dall’altra parte”.
Sarebbe stato facile iniziare il libro ad effetto, raccontando l’orrore dei crimini commessi, esercitando un contagio emotivo attraverso la facile via dell’identificazione di ciò che è male. Ma l’autrice concentra l’inizio del libro intorno al proprio, profondo, sentimento di vergogna da lei stessa provato quando, giovane studentessa, durante una manifestazione di sostegno ad un rappresentante politico nero condannato a morte, aveva partecipato agli sgangherati festeggiamenti che i manifestanti (neri) avevano inscenato dopo aver ucciso un comandante bianco che era stato inviato per reprimere la sommossa.
Questo sentimento molto personale di vergogna rappresenta la chiave per entrare nella dimensione più profonda del libro: non la denuncia delle atrocità commesse da de Kock, ma il proprio imbarazzo e la propria vergogna. Sul piano oggettivo e collettivo si tratta di eventi incommensurabili: come poter minimamente paragonare tutte le atrocità del regime dell’Apartheid con la sia pur condannevole manifestazione di gioia per l’uccisione di un solo bianco?
L’intero senso di questo libro, tuttavia, può essere racchiuso all’interno di questa cornice iniziale: è infatti in questa dimensione di vicinanza e distanza tra due eventi del tutto incommensurabili tra loro che si va a collocare una possibilità di autentico dialogo tra i due, e quindi la possibilità di un racconto, cioè di “parole”, che facciano da ponte tra un Male incomprensibile e anche mai redimibile, se per redenzione intendiamo la cancellazione della colpa, e una possibilità di “perdonare”, sempre in chiave di risarcimento collettivo, mai come momento coscienzialista individuale così come viene indicato dalle religioni.
Se il diritto penale, e i tribunali che ne seguono, «concentra la sua attenzione sugli esecutori», il Sudafrica ha scelto la via (tutta africana) della «riconciliazione tra le fazioni opposte». Si tratta di una riconciliazione che fuoriesce dal campo giuridico affidandosi piuttosto all’efficacia delle «etiche dialogiche e del riconoscimento» (cfr, recensione di F. Li Vigni al libro pubblicata in Quaderni di Cultura Junghiana, 2, 2, 2013).
È proprio il richiamo al riconoscimento e alle pratiche del dialogo ciò che fertilizza il terreno da cui potranno nascere simboli linguistici adeguati per sanare, senza cancellarle, le ferite profonde che si sono prodotte tra le vittime di violenze collettive e i carnefici che di queste efferate violenze ne sono stati gli autori.
L’autrice con questo libro ha trovato “le parole per dirlo” (per prendere a prestito il titolo di un famoso libro degli anni ’70), ha raccontato, e il racconto non solo descrive ma attraverso la problematizzazione della complessità della sfera emotiva e della sua influenza sulla psiche, riesce a congiungere vittime e carnefici attraverso una doppia via emotiva: del carnefice che, accettando di incontrare colei che stava dall’altra parte, ne riconosce la sua esistenza e con questa anche il suo diritto e il suo “valore”, e della vittima (o comunque di colei che sul piano collettivo stava dalla parte delle vittime) che, nel suo tentativo di “capire” le ragioni del Male, non si affida né ad una via ideologica e neppure esclusivamente ad una via intellettuale ma fa affidamento anche, e soprattutto, a quel percorso emotivo che crea un profondo sommovimento interiore. Questa dis-locazione interna, legata al crollo delle proprie certezze e della fiducia nella propria capacità di poter separare facilmente Bene e Male, trova nel libro un suo momento chiave quando l’autrice, in un momento di “scioglimento” emotivo di fronte al dolore autentico di de Kock per ciò che aveva commesso, si accosta al prigioniero e dice “gli toccai una mano” (p. 68). A squarciare il velo della nebbia, a questo gesto fa subito seguito la riflessione che si tratta della stessa mano che ha assassinato i suoi amici e le persone a lei care. Ma, da fine psicologa, tanto basta a Pumla per articolare in un discorso tuttaltro che monolitico, il tema della complessità delle emozioni che guidano la vita psichica e del difficile compito etico che riguarda ogni essere umano, di separarare il Bene dal Male. Tutta la seconda parte del libro è infatti dedicata proprio alle riflessioni, scaturite da questo incontro, sulla violenza, sul complicato rapporto tra vittime e carnefici, sull’odio, la vendetta, sui “percorsi del riconoscimento” (Ricoeur) e il perdono.
E se, come appare evidente, questo libro parla di «etiche dialogiche e di riconoscimento» (cfr. F. Li Vigni, cit.), la sua lettura non si limita ad un racconto “storico” di avvenimenti superati; pur collocandosi in un determinato periodo della storia e pur raccontando di un contesto sociale specifico, il libro solleva questioni che trascendono tempi e luoghi e arrivano direttamente a noi. Le «etiche dialogiche e di riconoscimento» investono ciascuno di noi che si trova a vivere, con i flussi migratori, un contatto ravvicinato con altre etnie e in generale con l’“altro”. Oggi, ancor di più, ci si trova nella stringente necessità di creare simboli capaci di gettare ponti tra sé e l’altro, di rendere permeabile la transizione tra il personale e il collettivo e viceversa, attraverso pratiche di rispetto, di riconoscimento e di dialogo. Lector, de te fabula narratur.

Angiola Iapoce