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La bambina tra i due mondi e il tesoro nascosto

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Quando una donna, per lo più di origine africana, cerca l’aiuto di un terapeuta per gravi disturbi psichici, quasi mai mette in relazione il suo malessere psichico o anche psicosomatico con la pratica delle Mgf  subita nell’infanzia.

Quell’episodio sembra rappresentare il”grande rimosso” e, se è costretta a parlarne, lo fa piuttosto con il medico o con il ginecologo, ma solo per le complicanze fisiche e i rischi della gravidanza e del parto, che  associa con difficoltà e a volte con stupore a quell’evento ormai lontano nel tempo.

Quello che resta del tutto ignorato sono invece  le risonanze psichiche profonde che quell’esperienza  traumatica ha prodotto e i segni che ha lasciato non solo nel corpo , ma anche nella psiche.

Per una donna africana la pratica delle Mgf fa parte di un normale percorso di acquisizione identitaria, del diventare donna nel modo”giusto” e approvato dalla comunità.

Per il terapeuta il primo e più difficile compito sarà allora proprio quello di riuscire a far convergere l’attenzione e il ricordo sull’aspetto traumatico e di estrema sofferenza di quel terribile momento, anzichè sui ricordi piacevoli della festa, dei regali, dei complimenti ricevuti per il coraggio mostrato.  Ma quello che la coscienza non vuole accogliere e che giace nel fondo della memoria, incapsulato e incistato, provoca però danni psichici e sofferenze, la cui causa sembra  inspiegabile e misteriosa. Depressioni, attacchi di panico, vere e proprie psicosi, allucinazioni o, ancora più spesso, inspiegabili malesseri fisici resistenti a qualsiasi medicina.

Il “non-pensabile”,  che il ricordo delle sofferenze subite rappresenta, diventa una sorta di attrattore energetico che cattura quasi tutte le energie vitali, bloccando lo sviluppo sano della personalità .

Questa problematica diventa esplosiva quando ad essa si aggiungono i problemi legati all’immigrazione, che porta le donne a vivere e a confrontarsi con paesi di cultura e tradizioni molto diverse dalle loro.

Quella acquisizione identitaria, sia pur pagata a caro prezzo, ma che nel paese di origine comunque funzionava e aveva un senso, nel nuovo contesto rischia di diventare, invece, un elemento di ulteriore disorientamento. Vivere in un paese che non solo non capisce, ma che addirittura condanna penalmente quella pratica, intorno a cui girano i valori fondanti della propria cultura, mette le donne africane in una situazione psichica insostenibile. Non potendo  ignorarla o rinnegarla, ma neanche pensarla compatibile con il “nuovo mondo”, che pure hanno desiderato e cercato, si trovano in una situazione di impasse totale, la cui uscita è rappresentata proprio della deriva psichiatrica o psicosomatica.

Il primo passo possibile per aiutarle a trovare vie più egosintoniche di uscita dall’impasse, è di fare in modo che possano cominciare a ricordare e a raccontare l’esperienza vissuta della mutilazione  nella sua reale crudezza  e non solo per la soddisfazione di essere state brave e coraggiose, esprimendo ed elaborando quei sentimenti di tradimento nei confronti delle madri, di aggressività e anche di odio per chi le ha fatte così orribilmente soffrire. Il non esserselo mai concesso rappresenta spesso uno degli ostacoli maggiori al procedere della terapia.

Ma è anche fondamentale che siano rassicurate sul fatto che i valori di cui le Mgf si fanno garanti, valori come purezza, fedeltà, rispetto del marito, femminilità, siano valori validi e rispettati anche dalla società ospitante, e che la fedeltà può essere un “fatto di testa e non di cucitura”, come disse, alla fine di un percorso psicoterapeutico, una giovane donna etiope.

Anche le leggi che vietano le Mgf e puniscono i trasgressori dovrebbero essere da loro viste solo  come leggi che vogliono proteggere le donne, la loro salute e quella delle loro figlie e non solo come leggi punitive. Per questo rispettarle non significa tradire se stesse, i propri attaccamenti e gli antenati, ma significa permettere che anche i valori della società in cui si è deciso di voler vivere,  trovino spazio e rispetto nella loro vita e soprattutto in quella delle loro figlie, che molto probabilmente in quella società continueranno a vivere, forse per sempre. Così anche gli antenati non si sentiranno traditi e accetteranno di continuare a proteggerle.

Credo sia fondamentale che le donne immigrate sentano, da parte del terapeuta, un sincero desiderio e una curiosità sana di conoscere e capire la loro cultura e le pratiche che la caratterizzano, anche quelle più lontane dalla propria visione del mondo, vincendo un umano impulso a stigmatizzare, sia pure silenziosamente, quello che deve sembrargli irricevibile. Il terapeuta deve saper fare esercizio di una sincera accoglienza, pur nella differenza e anche nella inaccettabilità di quanto gli viene raccontato.

Solo questo atteggiamento, più facile nei confronti di pazienti della stessa cultura, se è davvero sincero e non mascherato da ipocrito buonismo, può portare lentamente queste donne sofferenti ad aprirsi e a fidarsi, primo, indispensabile passo affinchè si instauri una alleanza terapeutica , solo vero strumento di cui, al di là delle varie teorie, il terapeuta dispone.

La storia di Giulia potrebbe essere considerata un esempio di quanto fin qui esposto, una sorta di paradigma di come le cose possono andare quando, deo concedente, la terapia funziona.In questo caso un elemento fondamentale è stato l’introduzione del Gioco della Sabbia, di cui dirò brevemente alla fine.

Questa tecnica non verbale ha permesso a Giulia di superare una situazione di stallo, nel momento in cui la parola non poteva dire di più. In quel di più indicibile era però contenuta la “verità” della sofferenza e della problematica psichica di Giulia. Il poterlo dire, non con le parole, ma con il gesto, con il corpo, con le mani e con la costruzione di rappresentazioni nella sabbia, ha permesso il superamento del blocco, il riprende del lavoro con la parola e alla fine l’ integrazione  di quel non-detto incistato, che impediva all’energia psichica di Giulia di circolare liberamente e creativamente

La storia di Giulia

Giulia viene da me su indicazione di un collega psichiatra che la aveva seguita in ospedale dopo un tentativo di suicidio. E’ una giovane donna di venti anni, molto carina, con dei grandi occhi  nerissimi su un volto intenso e sofferente. E’ accompagnata, la prima volta, da due anziani genitori adottivi angosciati e increduli . Giulia, mi dicono, è sempre stata una ragazza serena, obbediente, remissiva e studiosa. Giulia tace e io capisco che non sarà facile riuscire a conquistare la sua fiducia e la sua confidenza. Dico allora ai genitori che  da quel momento il mio rapporto sarà esclusivamente con Giulia e che nulla di quello che avverrà in seduta verrà da me riferito e che non vorrò avere contatti con loro, neanche telefonici, essendo Giulia maggiorenne. Solo Giulia sarà libera di raccontare, se vorrà, quello che ci diremo.  Vedo il volto di Giulia illuminarsi e capisco di aver  posto il primo piccolo tassello per la costruzione di una relazione tra noi. I genitori, all’inizio un pò stupiti,  comprendono che la mia richiesta non è un volerli escludere, ma una modalità terapeutica e come tale la accettano per il bene della ragazza a cui sono sinceramente molto legati.

Inizia così un percorso intenso e partecipato che durerà tre anni nel quale utilizzerò il Gioco della Sabbia, nel momento in cui la parola, che pure aveva permesso la presa d’atto di aspetti e problematiche fondamentali nella vita di Giulia, sembrava però aver esaurito il suo potere trasformativo. Giulia viene in Italia con la madre quando ha tre anni. Provengono da un piccolo paese vicino ad Asmara e vengono accolte da una coppia di coniugi senza figli presso i quali la madre fa la cameriera. La coppia si affeziona molto alla piccola Giulia che viene trattata ed educata come una figlia.

Ogni estate  rientra per un mese al paese di origine e a settembre riprende la scuola a Roma. E’ una allieva studiosa, obbediente e ha dei ricordi sereni di quel periodo. Ha qualche amichetta, ma ricorda di essere stata sempre una bambina, poi una adolescente, piuttosto riservata e silenziosa.Quando ha 13 anni la madre muore improvvisamente per un infarto e la coppia inizia subito la pratica per l’adozione. Da quel momento non torna più in Eritrea i rapporti con la famiglia di origine si fanno sempre più radi, fino a cessare del tutto. Questo non sembra turbarla troppo, perchè ora lei si sente italiana, anche se un pò diversa. E non solo per il colore della sua pelle. Prosegue con successo gli studi superiori e prende la maturità scientifica. Mentre frequenta ancora il liceo conosce un ragazzo di qualche anno più grande di lei e se ne  innamora, corrisposta. Si frequentano con il consenso dei genitori, fanno progetti per il futuro, forse un giorno il matrimonio e anche le famiglie cominciano a frequentarsi.  Un giorno però, improvvisamente, lui la lascia . Giulia tenta di uccidersi buttandosi dalla finestra. Con molta  delicatezza e con una  grande sofferenza condivisa tento di chiederle se ha un’idea del motivo del gesto apparentemente incomprensibile del suo fidanzato….sono sedute difficili e dolorose, fatte di lunghissimi silenzi e di reticenze.  Alla fine mi dice che la rottura era avvenuta quando lei aveva acconsentito ad avere un rapporto fisico e lui aveva “scoperto” con orrore che lei non era come le altre donne….. E’ solo allora che racconta anche a me, per la prima volta,  come durante quei mesi di vacanza in Eritrea, quando lei aveva sette anni, la madre aveva organizzato una grande festa, si era radunato tutto il villaggio e, con la approvazione dei notabili, era stata “purificata” ed era diventata un membro della comunità di donne a cui anche sua madre apparteneva. Ricorda il sentimento di orgoglio per quello che nel suo paese era considerato un grande onore. Ricorda la festa, i regali, i complimenti ricevuti, cose, dice, che qui in Italia non sono immaginabili. Scoprire però che il suo ragazzo fosse fuggito di fronte a quella rivelazione le aveva fatto perdere completamente il senso di sè : era quella ragazza “pura” e “onorata” , come diceva sua madre, una ragazza che possedeva un prezioso “tesoro nascosto”, o una donna orribile e “diversa” che faceva fuggire gli uomini? Quale era la sua identità ? Gettarsi nel vuoto aveva rappresentato per lei, in quel momento, l’unica strada,  tra due strade senza uscita : nè qui, nè lì. Bisognava ora avere il coraggio di entrare insieme, in seduta, in quel vuoto nero che il gesto del gettarsi rappresentava per lei,  e nel quale forse c’erano cose mai dette e confessate, neanche a se stessa. Ma per questo la parola non bastava più, bisognava provare un’altra strada. Attraverso l’uso del Gioco della sabbia  lentamente Giulia comincia a rivivere l’esperienza traumatica della infibulazione, non solo ricordando i discorsi della madre con le altre donne, che esaltavano la forza, il coraggio e la purezza della ragazze eritree “cucite”. Cominciano infatti ad emergere anche i ricordi dei dolori terribili durante il mestruo, le difficoltà ad urinare, le infezioni, le cistiti di cui non doveva parlare a nessuno, neanche ai nuovi genitori, che nulla dovevano sapere del suo “tesoro nascosto”.  Solo il prescelto, lo sposo , avrebbe saputo.

Dopo la morte della madre e la fine dei suoi ritorni in Eritrea, Giulia aveva dovuto operare una sorta di rimozione della sua situazione fisica, non ne aveva parlato più con nessuno, neanche con se stessa. Utilizzando un sorta di pensiero magico era riuscita a  negare il problema,  rendendolo di fatto non esistente. Anche in terapia il racconto della cerimonia me lo racconterà solo dopo molti mesi, non facendone il centro e il motivo della sua infelicità. Solo col tempo comincerà a rendersi conto che fin da piccola aveva vissuto tra due mondi : in Eritrea dove si sentiva una regina, onorata e riverita da tutti, una vera donna, una donna di valore, e in Italia dove era, comunque, la figlia di una cameriera. Ricorda che  a volte si insinuava in lei il pensiero disturbante se il suo “tesoro”, per cui aveva tanto sofferto, fosse spendibile anche qui. Pensiero subito rimosso. Ma quello che soprattutto Giulia aveva avuto la necessità di rimuovere, e che solo col gesto e il toccare la sabbia riesce a far  riemergere, era proprio il vero vissuto di quella cerimonia dell’infanzia. Il dolore terribile, la sofferenza, il sentimento di aver subito una violenza che  lei, piccina, non immaginava così grande, il sentimento di essere stata tradita e ingannata anche da sua madre. No, questo lei non poteva sopportarlo, e allora tutto lo strazio doveva essere ricoperto dal ricordo idealizzato dei regali, delle lodi, dei complimenti, e dalle promesse di un futuro splendido con un marito innamorato e fiero di lei. Durante le sedute, con l’aiuto del Gioco della Sabbia, comincia a ricordare la parte rimossa, la bruttura e la sofferenza di quella esperienza e a provare per la prima volta un sentimento vicino all’odio per sua madre. Capisce che è stato proprio questo inaccettabile sentimento che doveva essere tenuto lontano dalla coscienza e con esso anche ciò che lo aveva causato. Tuttavia, mentre lentamente Giulia cominciava a confessare a se stessa di aver odiato sua madre, cominciava anche a farsi strada la possibilità del perdono. Perdono sia per quella madre troppo immersa e legata alla tradizione da cui non era riuscita a separarsi, salvando sua figlia, ma anche per il fidanzato, troppo giovane e impreparato per poter capire un mondo di cui non conosceva neanche l’esistenza. Sono sedute terribili. Piene di lacrime, di rabbia, ma anche di autentica commozione e tenerezza per quella bambina, presa tra due mondi, convinta di possedere un tesoro nascosto, nei confronti della quale, come un riscatto, Giulia ripromette a se stessa e a me che dedicherà la sua vita affinchè a nessuna altra bambina capiti quello che è successo a lei. L’energia che questa promessa emana è incredibile e capace di dare alla sua vita un nuovo senso,  il significato forte di un progetto che coinvolge anche gli altri.

Giulia è “guarita”. Guarita dal bisogno di nascondere a se stessa e al mondo quello che un tempo considerava un privilegio e oggi considera quasi una vergogna. Quello che è successo e non può essere cambiato, può tuttavia trasformarsi in una forza e in una energia di vita, ormai è convinta che al futuro marito avrà da offrire dei “valori” e dei tesori che non avranno nulla a che fare con il suo corpo martoriato. Decidiamo di salutarci. Rivedo Giulia  quando ha ormai quasi trenta anni. Mi telefona per chiedermi non una seduta, ma vuole vedermi per farmi una sorpresa. Appena apro la porta del mio studio mi dice raggiante :” Dottoressa, le ho portato il mio tesoro !” Ha in braccio una splendida pupa di pochi mesi con due meravigliosi occhioni neri. Mi dice anche che si è iscritta all’Università e vuole, dopo la laurea, fare la mediatrice culturale per le donne del suo paese e per tutte le donne vittime di mutilazioni e di violenza.

Cosa è il Gioco della sabbia

Nata come un gioco terapeutico per i bambini negli anni ’30 in Inghilterra, questa metodica venne riproposta da Dora Kalff, allieva di Jung, ma utilizzata nella terapia degli adulti. Gli elementi del gioco sono tre: un contenitore di metallo di colore azzurro e dalle dimensioni standard, della sabbia in esso contenuta e oggetti in miniatura, pietre, conchiglie, pezzi di legno ecc, che riproducono una sorta di vocabolario incarnato negli oggetti. Al paziente viene spiegato che con essi può costruire a suo piacimento delle rappresentazioni, in modo il più possibile istintivo, senza pensare, come se facesse un sogno in presenza dell’analista e lo guardassero insieme, diventando lo sguardo dell’analista, in quel momento, “uno sguardo che ascolta”.

Le mani che costruiscono delle scene nella sabbia mettono in moto un dialogo senza parole con il mondo psichico interno, che ha così modo di rivelarsi in modo diretto, senza il tradizionale tramite della parola, spesso troppo controllata dalla censura razionale. La sabbia inoltre  si rivela essere un materiale dotato di grandi potenzialità : attiva fantasie di contatto e di fusione con il corpo materno, può essere usata, scomposta, tormentata penetrata dalle mani, ritrovando poi sempre la sua indistruttibile forma originaria. Questo attiva fantasie riparatorie e rassicuranti di fronte alle situazioni di sofferenza psichica, cariche spesso di sensi di colpa e di aggressività.

Gli oggetti utilizzati per costruire le rappresentazioni, pur conservando il loro significato letterale, assumono subito il valore simbolico di essere altro da quello che sembrano essere, proprio come succede nel gioco dei bambini in cui il manico di una scopa diventa un magnifico destriero, permettendo anche all’adulto di lasciare che l’immaginario e la fantasia prendano il posto del pensiero razionale a cui è abituato e con cui controlla le emozioni. Così liberate esse possono diventare le protagoniste della scena, soprattutto le emozioni più antiche e dimenticate  che sono rimaste per così dire inscritte in modo inconscio nel corpo. E’ il corpo stesso del paziente che, muovendosi intorno alla sabbiera e toccando realmente gli oggetti, le riporta in vita, grazie a quel mondo in miniatura che può ricevere e rappresentare, in modo visivo e immediato, gli strati più oscuri e dolenti della sua psiche sofferente.

Qualche suggerimento bibliografico per approfondire l’argomento :

Paolo Aite “Paesaggi della psiche. Il gioco della sabbia nella analisi junghiana” Torino Bollati Boringhieri 2002

AA.VV “Giochi antichi, parole nuove. Il gioco della sabbia nel campo analitico” Milano Vivarium 2002

Lidia Tarantini “Lo sguardo che ascolta”   Roma Edizioni scientifiche Ma.Gi  2006

 

Le sabbie di Giulia

Queste sabbie sono state costruite nel corso di un anno e a distanza di vari mesi l’una dall’altra.Ognuna di esse ha rappresentato la “messa in scena” di  momenti emotivi importanti, caratterizzati dall’emergere di contenuti profondi, per i quali la parola sembrava insufficiente o troppo riduttivamente razionale. Solo dopo la costruzione della IV sabbia Giulia prenderà completamente coscienza  di quello che, attraverso esse, il suo inconscio e la  memoria inscritta nel corpo, aveva voluto rendere visibile in un modo  sorprendentemente esplicito.

 

La prima sabbia

E’ netta la separazione  tra i due mondi. Quello del suo paese di origine, pieno di doni, cose colorate, cibo, musica. Quello in cui vive, ordinato, ma freddo, banale, moderno. In mezzo un fiume che divide e non c’è un ponte.  Tra i due mondi non c’è possibilità di contatto e non ci sono esseri viventi ad abitarli. Quel fiume  richiama con evidenza l’immagine di un taglio.

Seconda sabbia

C’è ancora la separazione tra i due mondi, tuttavia ci sono anche alcune varianti significative. Al centro compare una figura femminile, che fa da tramite, che tenta una possibile integrazione. I due mondi cominciano anche ad essere abitati da figure umane. Colpisce tuttavia lo spazio lasciato vuoto in alto a destra. E’ il luogo della rimozione?

Terza sabbia

Giulia inizia a ricordare la scena e i vissuti della “festa”. Accanto ai regali, al cibo e alla musica, seminascosto nella sabbia, c’è un serpente  , qualcosa di subdolo e pericoloso che forse rovinerà la cerimonia. Lo spazio in alto, questa volta  a sinistra, continua a essere vuoto.

Quarta sabbia

E’ la sabbia del ricordo della sofferenza accompagnato da un pianto dirotto e liberatorio. Appaiono in alto a sinistra le “donne nere”,  figure informi e inquietanti. Al centro un oggetto che taglia vicino a una piccola bambina stesa a terra. In basso animali feroci, denti aguzzi che mordono e dilaniano le carni. La parte destra della sabbiera, lasciata libera, sembra indicare uno spazio possibile per il cambiamento. E’ lì che Giulia vorrà forse costruire un suo possibile futuro?

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